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Is Italian science declining? Anatomia di una bufala

“La ricerca perde pezzi. Italia maglia nera d’Europa”: ma è una bufala. La Repubblica ha denunciato un clamoroso crollo della produzione scientifica italiana dal 2008 al 2009: meno 20%. Fonte: le analisi di una ricercatrice italiana. In realtà, il crollo è una clamorosa bufala, dovuta all’uso di dati incompleti, che non trova conferma nelle statistiche aggiornate.

Il 22 agosto 2011 è apparso su Repubblica un articolo  il cui titolo mia ha fatto saltare sulla sedia:

"La ricerca perde pezzi: Italia maglia nera d'Europa" - La Repubblica.it

La fonte della notizia è un articolo scientifico in stampa sulla rivista internazionale Research Policy dal titolo inquietante

Is Italian Science Declining?

Come dichiarato nell’abstract,

The paper analyses the Italian contribution to the world scientific production, its relative citation impact, its international collaborations and scientific productivity compared with the most productive EU countries over the period 1980–2009.

Nell’articolo di Repubblica è riportata un’intervista a uno dei due autori, la ricercatrice Cinzia Daraio dell’Università di Bologna (il secondo autore, H.F. Moed, è olandese) che riassume i principali risultati dell’articolo. Premetto che buona parte dei fatti e dei punti di vista della Daraio sono veri e condivisibili. Ne cito alcuni (le nazioni di riferimento sono Regno Unito, Germania, Francia, Olanda, Svizzera, Spagna):

  • Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione
  • Siamo ultimi per investimenti pubblici nella ricerca
  • I nostri privati non riescono a sostituirsi a Stato, Regioni e Università
  • Nelle collaborazioni internazionali  siamo penultimi
  • Il contributo italiano alle pubblicazioni nel mondo è pari al 3,3%
  • C’è una trentennale disattenzione della politica italiana verso la ricerca

Però il piatto forte dell’articolo di Repubblica è la seguente notizia shock:

per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica dell’Italia ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento … come quota percentuale dell’intera produzione mondiale e in termini assoluti come numero di articoli scientifici pubblicati. … Sul piano quantitativo le pubblicazioni italiane hanno conosciuto un percorso di crescita dal 1980 (erano 9.721) al 2003 (sono diventate 39.728, quattro volte tanto). Nei cinque anni successivi si è proceduto tra depressioni e fiammate fino al 2008: 52.496 articoli italiani resi pubblici nel mondo, un record. L’anno dopo, il 2009 (ultimo dato conosciuto), il crollo: dodicimila pubblicazioni in meno, poco sopra quota 40 mila, bruciata la crescita di cinque stagioni.

Da circa un anno mi interesso di valutazione della produzione scientifica internazionale e non ho mai visto un calo del 20% in un anno della produzione scientifica di una nazione. Come osservato anche da Pietro Greco, una tale “catastrofe” è interpretata da molti come l’esito inevitabile di politiche miopi e fallimentari.

Tuttavia, il dato è così anomalo e in contraddizione con le mie informazioni precedenti che non ho potuto fare a meno di procedere ad una verifica. La fonte dei dati forniti dalla Daraio è il Web of Science (WoS) della Thomson Reuters. Insieme al database di Scopus (Elsevier), il WoS è la fonte standard da cui vengono ricavate le statistiche sulla produzione scientifica delle nazioni. Le due fonti non danno risultati identici e non c’è consenso condiviso su quale considerare più affidabile. Tuttavia, su dati aggregati esiste una forte correlazione tra i risultati forniti da Scopus e WoS. Per fare un esempio la scelta del database non influenza la classifica delle nazioni scientificamente più produttive. L’accesso ad entrambe le basi dati richiede un abbonamento. Per nostra fortuna, esiste un agenzia di “ranking scientifico”, SCImago che elabora dei veri e propri “Country Rankings” basati sui dati di Scopus e li rende liberamente consultabili in rete.

Ho svolto la mia verifica in tre passi.

Primo passo: confrontiamo le fonti

Prima di tutto ho consultato la scheda sui dati della produzione scientifica italiana messi a disposizione da SCImago. Per comodità riporto il grafico dei documenti scientifici dal 1996 al 2010 e la parte della tabella contenente i numeri dei documenti, dei documenti citabili e della percentuale mondiale.

Italy: scientific documents 1996-2010 (source: SCImago-Scopus, 23/08/11)

Italia: Documenti scientifici 1996-2010 (Fonte SCImago, 23/08/11)

Italia: documenti 1996-2010 (Fonte:SCImago-Scopus, 23/08/2011)

Italia: documenti, documenti citabili e percentuale mondiale (Fonte: SCImago, 23/08/2011)

Saltano all’occhio due cose:

  1. Non c’è alcuna traccia di tracollo nel raffronto tra 2009 e 2008. Sia i documenti che i documenti citabili crescono dal 2008 al 2009, come pure la percentuale di documenti italiani sul totale mondiale che, anzi, raggiunge il massimo di tutti i tempi (3.41%). È interessante notare che sia i documenti che i documenti citabili sono sempre cresciuti dal 1998 in poi, con l’eccezione dei documenti citabili del 2010 (pari a 64.667) che sono inferiori a quelli del 2009 (pari a 65.543). Pur non essendo un tracollo, è forse un primo segno di frenata? Lasciamo per ora in sospeso la questione.
  2. I numeri forniti da SCImago, la cui fonte è Scopus, sono decisamente maggiori di quelli della Daraio, che provengono da WoS. Per fare un esempio, nell’articolo di Repubblica si parla di 52.496 articoli nel 2008, mentre la tabella di SCimago riporta 62.393 documenti citabili. La discrepanza non è sorprendente in considerazione della diversa copertura dei due database, che però hanno una larga parte di dati in comune. Per quest’ultima ragione, un tracollo superiore al 20% in uno dei due database non può essere completamente invisibile nell’altro.

Il primo passo della verifica evidenzia un’anomalia apparentemente inspiegabile, dato che è per la prima volta che vedo due fonti come WoS e Scopus in stridente contraddizione tra di loro.

Secondo passo: l’origine dell’errore

Considerato l’esito del primo passo, ho voluto verificare il dato della produzione scientifica italiana relativo al 2009, che secondo l’articolo di Repubblica, evidenzierebbe un calo superiore al 20% rispetto all’anno precedente. Usufruendo dell’abbonamento del mio ateneo, mi sono collegato all’advanced search di WoS ed ho eseguito le seguente query

(CU=Italy) AND (PY=2009)

restringendo i risultati ai seguenti tipi di pubblicazione: Article, Proceedings paper, Review , come indicato nella Table 1 dell’articolo di Daraio e Moed. Nella query, ho selezionato tutti i database disponibili, ovvero: Science Citation Index Expanded, Social Sciences Citation Index, Arts & Humanities Citation Index. A sorpresa, il risultato è stato:

2009: 51091 Documenti

Il numero trovato è molto maggiore di quel “poco sopra quota 40 mila” citato da Repubblica. Se il mio risultato è esatto, non si può certo parlare di crollo rispetto al 2008 (52.496 documenti secondo Repubblica), dato che si rimane sopra i 50.000 documenti . Come è possibile? Ho sbagliato a interrogare WoS? Oppure ha sbagliato la Daraio? A mio favore gioca il fatto che un dato “stabile” del 2009 rispetto al 2008 elimina la stridente contraddizione con le statistiche di Scopus che non mostrano nessun tracollo.

Ammettiamo per un momento che il numero fornito da Repubblica sia sbagliato e cerchiamo l’origine dell’errore. Si noti che i database sono continuamente aggiornati. Se si ripetono le stesse queries a distanza di qualche giorno, si ottengono risposte lievemente diverse. L’ipotesi più semplice è che la Daraio abbia interrogato WoS quando i dati del 2009 non erano ancora completamente assestati. In tal modo, avrebbe paragonato i dati più o meno definitivi degli anni precedenti con un risultato solo parziale del 2009. Questa congettura prende forza se si legge quanto scritto a pagina 5-30 del rapporto Science and Engineering Indicators 2010  del National Science Board relativamente all’uso dei dati WoS:

Previous editions reported data based on the year an article entered the database (tape year), not on the year it was published (publication year). NSF analysis has shown that, for the U.S. data, each new tape year file fails to capture from 10% to 11% of articles that will eventually be reported for the most current publication year; for some countries, the discrepancy is much larger. Here, data in the first section only (“S&E Article Output”) are reported by publication year through 2007, which contains virtually complete data for this and prior publication years.

Pertanto:

  1. C’è un ritardo di registrazione per cui l’ultimo anno disponibile nel database non comprende almeno il 10% degli articoli che a regime risulteranno pubblicati in quell’anno
  2. Il National Science Board nel suo report del 2010, non usa i dati 2008 e 2009 perché ritiene assestati solo i dati fino al 2007.

Alla luce di ciò, nel 2011 dovremmo ritenere affidabili i dati bibliometrici fino al 2008.  È verosimile che anche i dati di Scopus vadano maneggiati con la stessa prudenza e, per tale ragione, l’assai lieve calo dei documenti citabili del 2010 rispetto al 2009 potrebbe scomparire quando i dati del 2010 diverranno definitivi.

Questo secondo passo ci mostra che il dato 2009 citato da Repubblica è fortemente sospetto, probabilmente perché estratto da un database non ancora assestato. Lo scopo del terzo passo sarà validare la congettura sull’origine dell’errore.

Terzo passo: verifica finale

Per convalidare la congettura che la Daraio abbia usato un dato non assestato è importante ricostruire la data in cui ha interrogato il database. In rete è disponibile una versione preliminare dell’articolo la quale è datata 14 dicembre 2010. Figure e tabelle (tranne una, relativa alle spese per ricerca e sviluppo) sono uguali a quelle dell’articolo in stampa su Research Policy. Inoltre, nella versione del dicembre 2010 è citata un’altra precedente versione, presentata in un convegno tenutosi nel luglio 2010. Sembra pertanto che i dati relativi al 2009 siano stati ottenuti tramite interrogazioni eseguite nel 2010, con alta probabilità di ottenere risultati parziali.

La verifica finale viene dal confronto con le statistiche delle altre nazioni. Infatti, l’uso di dati bibliometrici non ancora assestati dovrebbe introdurre un errore sistematico sul conteggio delle pubblicazioni 2009 di tutte le nazioni considerate. Per controllare, basta esaminare la Fig. 9 dell’articolo.

Pubblicazioni per 1000 abitanti (Fonte: C. Daraio, H.F. Moed, "Is Italian Science declining?")

Fonte: C. Daraio, H.F. Moed, “Is Italian Science declining?”. Si noti che l’ultimo dato relativo al 2009 è nettamente inferiore a quello del 2008 per tutte le nazioni. Nel caso di CH (Svizzera) e UK (Regno Unito) ho aggiunto delle frecce rosse per evidenziare l’anomalia.

Si vede immediatamente che per tutte le nazioni il numero di pubblicazioni per 1000 abitanti mostra un tracollo del dato 2009 rispetto a quello del 2008. Dato che non ci sono stati improvvisi incrementi della popolazione, il 2009 sarebbe un vero e proprio annus horribilis per tutta la ricerca europea. Fortunatamente, la realtà è diversa. Basta consultare le seguenti schede statistiche di SCImago:

Tutte queste nazioni aumentano la loro produzione scientifica dal 2008 al 2009. Anche le queries da me effettuate su WoS mostrano lo stesso risultato. Infatti, ora che ci troviamo oltre la metà 2011, i dati del 2009 cominciano ad essere un po’ più affidabili. L’Armageddon della scienza europea non è ancora arrivato.

Il terzo passo della mia analisi ha pertanto dimostrato che nella ricerca della Daraio c’è un errore nella raccolta dei dati che riguarda non solo le statistiche italiane, ma anche quelle delle altre nazioni europee considerate. Questo errore crea l’illusione di un crollo generalizzato della produzione scientifica internazionale, di cui non si trova traccia nei dati assestati.

Conclusione

La situazione della scienza (e dell’università) italiana è drammatica perché, a fronte di molti mali e di un cronico sottofinanziamento, è stata oggetto di una campagna denigratoria, a volte grottesca, che ha giustificato ulteriori tagli che la stanno strangolando con grave danno per il futuro del paese. Uno degli aspetti più gravi è stata la diffusione di dati e analisi fuorvianti, tesi a dimostrare che la ricerca italiana non occupa un posto di rilievo nel panorama internazionale. La realtà è diversa e l’articolo di Daraio e Moed ha il merito di ricordare alcune verità fondamentali già note a chi è correttamente informato. Diversa è la questione del “crollo” del 2009. Il presunto tracollo della produzione scientifica italiana è stato da molti interpretato come l’inizio dell’agonia di un malato stroncato dai maltrattamenti e dai salassi di medici incompetenti o peggio. Tuttavia, l’onestà intellettuale impone di dire che il tracollo denunciato nell’articolo di Repubblica è frutto di un’analisi errata. Denunciare gli errori della politica servendosi di notizie prive di fondamento aumenta la confusione e rischia di diventare un boomerang. Le dinamiche della produttività scientifica sono più lente e stiamo ancora sull’onda di una crescita dovuta ai tanti che hanno lavorato e lavorano con dedizione ed entusiasmo. Difficile dire se potrà durare a lungo.

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  1. agosto 24, 2011 alle 10:46 pm

    caro Giuseppe, un lavoro eccellente e convincente, al solito!
    Complimenti e grazie per il tuo costante contributo di verità e intelligenza per la ricerca italiana.

    Massimiliano

  2. agosto 24, 2011 alle 11:21 pm

    caro Giuseppe, grazie dell’intervento; ma non potresti scrivere da qualche parte che è tuo??

    • Giuseppe De Nicolao
      agosto 24, 2011 alle 11:28 pm

      Grazie. Ho modificato il display-name in cima all’articolo e adesso c’è il mio nome e cognome.

  3. Enrico Grisan
    agosto 25, 2011 alle 8:59 am

    Ciao Giuseppe,
    inappuntabile come sempre!

    Enrico

  4. Lucia Frosini
    agosto 25, 2011 alle 10:10 am

    Grandissimo Giuseppe, non smetterò mai di complimentarmi con te per il lavoro eccezionale che stai svolgendo costantemente … persino in Agosto! Grazie davvero per il tuo importantissimo contributo!

  5. Gianfranco Bocchinfuso
    agosto 25, 2011 alle 10:38 am

    caro Giuseppe, quell’articolo aveva sorpreso anche me. Per fortuna tu sei stato meno pigro ed hai verificato i dati riportati.

    Grazie

    Gianfranco

  6. Marina Marini
    agosto 25, 2011 alle 10:45 am

    Grazie per questo lavoro. Come ricercatore, anch’io ho accolto con perplessità i risultati dell’articolo della Daraio, pur condividendo le analisi sulle cause del declino della ricerca italiana, e avevo avuto come te il sospetto che gli autori non avessero valutato dati del tutto consolidati: mi mancavano tuttavia gli strumenti per l’analisi che tu hai svolto. Bravo!
    Quello che non mi convinceva in questo lavoro era la data in cui era stato osservato il turning point: troppo precoce il 2009, il sistema pubblicazioni (specchio del sistema ricerca) rispecchia infatti con un notevole ritardo le carenze nei finanziamenti e nel numero dgli addetti.
    La mia impressione però è che questo declino sia imminente e che vedremo tale crollo forse nel 2012 o 2013. A dispetto delle denigrazioni di cui sono stati oggetto, forse anche a voler smentire l’offensiva vulgata che li vede fannulloni, la maggior parte dei ricercatori italiani ha reagito con un più intenso impegno lavorativo alla carenza di fondi, spesso decidendo di “raschiare il fondo della pentola” (ossia dar corpo a risultati accantonati nel passato per vari motivi, concludendo ricerche abbozzate ma non concluse) per mantenere un tasso minimo di produttività, ma ormai non restano più margini di compensazione. Vi sono settori e ambienti di ricerca in cui non è restato proprio più nessuna risorsa. E “nessuna” non è una metafora.
    Marina Marini, Università di Bologna

  7. Guglielmo Rubinacci
    agosto 25, 2011 alle 11:06 am

    Repubblica ha dato analogo rilievo a questa tua analisi??
    Complimenti comunque
    Guglielmo Rubinacci

  8. Alberto
    agosto 25, 2011 alle 12:40 pm

    ottimo…lo pubblicherei come paper e, soprattutto, lo farei avere a Repubblica….
    Alberto

  9. agosto 25, 2011 alle 2:56 pm

    Bisogna che Repubblica rettifichi…è una vergogna. Se ci sono firme da raccogliere per chiedere la correzione, firmo subito….

  10. agosto 25, 2011 alle 2:57 pm

    Grazie, ancora una volta, per il suo lavoro puntuale ed esaustivo.
    Ho usato più volte i suoi dati/slide per illustrare la situazione della ricerca italiana in diversi incontri con studenti e cittadini a Verona e a Vicenza. Ogni volta ho ricevuto apprezzamenti per il suo lavoro.

    Roberto

  11. Cinzia Daraio
    agosto 25, 2011 alle 3:27 pm

    La ringrazio per le Sue osservazioni. Desidero ricordare che i risultati contenuti e illustrati nel paper “Is Italian Science Declining?” non sono affatto influenzati dal dato del 2009. La contestazione di questo valore non pregiudica il sostanziale cambiamento di tendenza, che era percepibile già dagli anni precedenti. In ogni caso, per fugare ogni dubbio, invito tutti gli interessati a leggere il paper integralmente.

    Cinzia Daraio

    • Giuseppe De Nicolao
      agosto 25, 2011 alle 5:28 pm

      Nell’articolo in stampa su Res. Policy leggo tre sintomi di declino: 1) calo della produzione scientifica rispetto al 2007 in termini di percentuale mondiale, 2) ritardo nella crescita della collaborazioni internazionali (interpretate come un proxy di qualità scientifica, 3) assenza di correlazione tra numero di ricercatori e qualità e quantità di ricerca scientifica. Mi sembrano tutti e tre discutibili:

      1) Abbiamo già visto i problemi per i dati recenti (quanto meno per il 2009). Inoltre, usare il trend della percentuale mondiale mi lascia perplesso: con la Cina che cresce rapidissima, se usassimo questo criterio, altre nazioni come UK, Germania, Francia sarebbero state vittima, già da anni, di un declino di dimensioni assai maggiori del nostro (Fig. 1). Primo dubbio: come si fa a parlare di declino dell’Italia senza menzionare che alle altre nazioni è successo di peggio? In realtà, è un’illusione ottica. In termini assoluti, pur essendo al palo o peggio come risorse, stiamo crescendo (vedi prima figura SCImago nel mio post) e se perdiamo lo 0.1% come percentuale mondiale (il che non è confermato da SCImago, fatta eccezione per i dati 2010 non del tutto affidabili) è perché non cresciamo così rapidi come la Cina. Un segno di declino?

      2. L’uso delle collaborazioni internazionali come proxy della qualità si basa su una correlazione tra due serie temporali praticamente monotone per tutte le nazioni (tranne UK). Non a caso, la correlazione non è significativa proprio per UK. Da notare, che nell’articolo questo proxy viene usato per prevedere un calo della qualità che per ora non si vede.

      3. L’andamento del numero di ricercatori mi lascia perplesso. Nella Fig. 5 si vedono salti improvvisi e dati missing (UK). Sospetto qualche problema nella qualità dei dati. Anche il grafico della produttività dei ricercatori mostra andamenti alquanto erratici (Fig. 8). Quando la correlazione viene calcolata rispetto alla spesa R&D (invece che rispetto al numero di ricercatori) il dato italiano diventa omogeneo a quello delle altre nazioni (vedi Tabella 4). Quanto meno andrebbe menzionata la discordanza tra le due analisi di correlazione.

      Un crollo di 12000 documenti avrebbe mostrato un declino oltre ogni ragionevole dubbio. Gli altri sintomi sono quanto meno discutibili.

  12. beppezampieri
    agosto 25, 2011 alle 3:40 pm

    Gentilissimo De Nicolao,
    grazie per il lavoro certosino ed attento svolto. Complimenti per la metodologia adottata.

    Giuseppe Zampieri

  13. agosto 25, 2011 alle 4:20 pm

    Analisi interessante e ben documentata: lezione di “fact-checking” impartita ad uno dei quotidiani più letti in Italia. Complimenti! Peccato che non sia molto di moda verificare a fondo le questioni prima di pubblicare…è evidente che viviamo nell’epoca delle leggende metropolitane e del sentito dire!
    Segnalo il recente rapporto della Royal Society di Londra sullo stato della ricerca italiana e sulla produttività dei suoi addetti ai lavori.
    http://royalsociety.org/knowledge-networks-nations/

    • Giuseppe De Nicolao
      agosto 25, 2011 alle 5:34 pm

      Grazie del commento e dell’ottima indicazione. Conosco quel report della Royal Society e merita di essere letto, in particolare la parte che analizza le collaborazioni internazionali.

  14. Guglielmo Rubinacci
    agosto 25, 2011 alle 7:48 pm

    Beh ma alla fine La Repubblica concederà il diritto di replica e rettifica?
    Come al solito, in certe testate, sembra che la verità sia quella che più fa comodo alla linea editoriale.
    Era ovviamente difficilmente comprensibile, in un sistema continuo, un salto del 20%, a meno di una soppressione fisica in un anno di una massa di ricercatori almeno analoga … si vede che chi fa queste statistiche conosce l’analisi discreta ma non ha cognizione delle proprietà degli spazi C(x) e C0(x).
    Ciò non toglie che il blocco del turnover, stipendi al limite della sopravvivenza e finanziamenti risibili siano alla base di un declino che sicuramente è già percepibile. Basti solo pensare alla limitazione della mobilità che sta riducendo drasticamente la presenza, soprattutto dei più giovani, tra l’altro, a conferenze e workshops dove si instaurano e consolidano conoscenze e collaborazioni.
    Mi consentite a margine due divagazioni estive, ma in questi giorni la pressione è salita e bisogna pur sfogare.
    Giustizia: primi nei finanziamenti in Europa (e negli stipendi), ultimi nei risultati. E’ colpa dei magistrati? Università: tra gli ultimi nei finanziamenti, produttori di una discreta classe dirigente, con una discreta qualità generale, non foss’altro perchè i “cervelli in fuga” hanno comunque ricevuto una valida educazione … e i professori: baroni (indistintamente)!
    Si parla oggi di una situazione grave e imprevedibile fino a ieri. Da più anni però il Governo aveva cominciato a fare i primi timidi e iniqui tagli lineari, senza nessun intervento strutturale, penalizzando sicuramente la ricerca e l’università in particolare. La situazione era allora già chiara o no? Fra tutti i tagli, uno dei più iniqui era il blocco degli scatti biennali della docenza universitaria, a prescindere dal merito, che per un docente più giovane si tradurrà in un prelievo negli anni di oltre 100 mila euro, per stipendi notevolmente al di sotto della soglia del contributo di solidarietà, senza il relativo eufemismo … e differentemente dai magistrati che vedono questo blocco limitato a pochi anni. Quanti giornali hanno dedicato un rigo a questa situazione? Eppure altro che patrimoniale, altro che sacrifici equamente ripartiti!!
    Mi piacerebbe che su questi temi, nell’interesse del Paese si parlasse con rigore, ma anche pacatezza, isolando definitivamente chi, con le sue azioni, contribuisce al discredito di un intero comparto. Dobbiamo reagire per ripristinare una immagine di una comunità che, nonostante tutte le batoste è animata da grande passione ed in definitiva rappresenta la parte buona del Paese e ne potrebbe garantire, se solo si volesse, un futuro adeguato alle aspettative delle giovani generazioni.
    Guglielmo Rubinacci

    • Giuseppe De Nicolao
      agosto 25, 2011 alle 8:26 pm

      Ho informato dell’errore l’autore dell’articolo, Corrado Zunino, e gli ho chiesto di rettificare. Aspetto fiducioso. Intanto, la bufala sta facendo il giro di tutto il web italiano.

  15. andrea
    agosto 26, 2011 alle 8:27 am

    …beh…se questa e’ la preparazione dei nostri ricercatori scientifici ( intendo la Daraio) sono ben felice che pubblichino poco…….sarei dell’idea che una persona prima di andare a cazzeggiare all’universita’ ( perche’ una buona parte di questi ricercatori vegeta in ufficio e basta…) si facesse qualche anno in azienda privata, dove si fa ricerca, e non ci si rivolge al pubblico proprio perche’ ci sono persone di questo livello di ignoranza in termini di analisi e preparazione.
    Cordiali saluti.

    • Giuseppe De Nicolao
      agosto 26, 2011 alle 11:34 am

      Posso assicurare che esistono molti ricercatori italiani che lavorano bene e sono all’altezza dei migliori colleghi stranieri. I dati statistici sulle pubblicazioni (se letti bene) sono lì dimostrare che non sono pochi. Per esperienza personale, posso dire che esistono anche molti casi di fruttuosa collaborazione con la ricerca svolta nelle aziende.

  16. s.c.
    agosto 26, 2011 alle 10:01 am

    Bravo bell’articolo,
    devo dire che i se i giornalisti Italiani usassero un minimo di metodo eviterebbero oltre a queste figuracce anche di abbassare il livello di coscienza degli Italiani.Che già non è tra i più alti nei ranking internazionali.
    Il problema è che alle volte più dell’incompetenza può la malafede.
    Speriamo che Repubblica mi smentisca dando spazio al tuo ottimo lavoro.
    Saluti

  17. agosto 27, 2011 alle 10:05 pm

    Ma perche’ contano le pubblicazioni invece che le citazioni?

    • Giuseppe De Nicolao
      agosto 28, 2011 alle 1:31 am

      Per un’analisi “storica”, è più difficile confrontare le citazioni di anni diversi. Infatti, gli articoli più recenti hanno mediamente meno citazioni perché sono in circolazione da meno anni. Basta guardare la scheda dell’Italia (o di altre nazioni) su SCImago per vedere che le citazioni degli articoli usciti nei diversi anni hanno tipicamente un andamento decrescente con il tempo (più citazioni per quelli vecchi e meno citazioni per quelli recenti). Comunque, per un confronto tra nazioni nello stesso anno, si possono usare le citazioni. Sempre su SCImago è disponibile anche questa informazione. Nella classifica mondiale, la posizione dell’Italia rimane sempre ottava.

  18. agosto 28, 2011 alle 2:24 pm

    Complimenti. Per correttezza, avendo dato rilievo al lavoro della Daraio, ho ospitato a tuo nome l’intero articolo con firma e link, ma con una sola tabella. Grazie
    http://nicovalerio.blogspot.com/2011/08/ricerca-vera-la-crisi-di-fondi-ma-non.html

  19. Miranda Pilo
    agosto 30, 2011 alle 9:11 am

    Grazie per l’ottimo lavoro; è importante che ci sia un dibattito tra i ricercatori sul trattamento ed interpretazione dei dati, sull’affidabilità delle fonti e sullo spirito critico (ed onestà intellettuale) che ciascun ricercatore dovrebbe mettere in atto quando scrive un articolo scientifico. Quanto a Repubblica il credito gli proviene, forse, da chi di tale senso critico è ipodotato.

  20. Vince
    agosto 30, 2011 alle 9:35 am

    Mi unisco volentieri al coro dei commenti positivi. Vorrei aggiungere una riflessione su Research Policy. Questa è una rivista Elsevier (possibile conflitto di interessi con l’uso di Scopus?) con IF 2.6, probabilmente la migliore nel campo delle Social Sciences (classificazione Web-of-knowledge Thomson) in questo argomento. Se un articolo ha questi problemi, forse bisognerebbe scrivere a loro.
    PS mi avevi detto che scrivevi un blog?

  21. guglielmo forges davanzati
    agosto 30, 2011 alle 5:16 pm

    Caro De Nicolao,
    l’articolo è eccellente e meriterebbe la massima diffusione. Con l’occasione, segnalo questo post su noisefromamerika (http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Universit%C3%A0_Italiana%3A_fuori_i_%28cog%29nomi%21_#body), che, al di là della opinabile metodologia utilizzata, sembra suggerire una sorta di ‘commissariamento’ dell’Università italiana da parte della National Science Foundation. Saluti, Guglielmo Forges Davanzati

  22. Carlo De Gregorio
    agosto 30, 2011 alle 10:53 pm

    Se un sistema feudale, come quello della ricerca italiana dove il reclutamento non viene certamente fatto in base al merito (anzi se la tua bravura l’hai perfezionata all’estero, beh! allora hai perso il treno, caro mio, non rientri più!), se tale sistema è così competitivo, pensate cosa sarebbe se fosse un po’ più serio: non va avanti chi si aggancia meglio al barone più quotato, ma chi veramente è più bravo e può produrre veramente qualcosa per il suo paese …….

  23. Matteo Casadei
    settembre 1, 2011 alle 1:04 pm

    Agganciandomi al discorso su Res. Policy e sul valore importante del suo I.F., bisognerebbe aprire un’altra parentesi sul processo di review degli articoli. Pur provenendo da un altro settore di ricerca, so che in effetti il processo di revisione è tutt’altro che esente da problemi e “vizi” che però diventano evidenti soltanto quando le imprecisioni contenute nei paper sono macroscopici, come in questo caso.

  24. Mario
    settembre 2, 2011 alle 12:25 pm

    Ma è una cosa ridicola !
    Una ricercatrice pubblica un articolo bufala smentito in pochissimo tempo (peraltro mi immagino che l’articolo della Daraio andrà paradossalmente ad aumentare la produzione scientifica italiana del 2011).

    Quante pubblicazioni spazzatura di questo genere vengono pubblicate ? Quale sarà la conseguenza per la Daraio ?

    A me sembra che la credibilità di tutto il sistema della ricerca sia pressoché nulla …

    • Giuseppe De Nicolao
      settembre 2, 2011 alle 4:25 pm

      Non esistono sistemi esenti da errori. La credibilità non deriva da una (presunta) infallibilità, ma dalla capacità di emendare gli errori commessi. È fondamentale che ci sia la possibilità di contraddittorio pubblico, in primo luogo sulle riviste scientifiche. In questo caso, essendoci un clamoroso lancio giornalistico di una notizia infondata era necessario rettificare con la massima rapidità.

      Nel caso specifico, la genesi della bufala vede la corresponsabiltà di più attori. Il giornalista di Repubblica, Corrado Zunino, non ha verificato a sufficienza un crollo clamoroso che appare inverosimile a chiunque sia consapevole dei meccanismi che regolano la produttività scientifica. Tuttavia, Zunino non può essersi inventato i numeri che cita nel suo pezzo. Chi gli ha fornito i numeri del crollo dal 2008 al 2009? La domanda è più che legittima, visto che Cinzia Daraio in una sua recente lettera a Pietro Greco prende le distanze da Repubblica:

      “i dati contenuti nella ricerca “Is Italian Science Declining?” (pubblicata a firma mia e di Henk Moed sull’autorevole rivista internazionale peer reviewed “Research Policy”) non indicano affatto un crollo delle pubblicazioni scientifiche italiane nel corso del 2009. Aggiungo che in tutto il paper non esistono dati relativi a cali di pubblicazioni del 22,5% attribuiti erroneamente al nostro studio.
      [..]
      I dati del nostro paper si riferiscono ad un database aggiornato al primo semestre del 2010 (non a caso, i primi risultati sono stati presentati ad una conferenza nel luglio dello stesso anno). Come sanno bene gli addetti ai lavori (e ovviamente fra questi i lettori della rivista Research Policy), in generale qualsiasi dato riferibile all’ultimo anno disponibile è soggetto a successive integrazioni, e dunque non viene mai preso in considerazione in termini assoluti.”

      Ora, è vero che nell’articolo della Daraio i dati citati da Zunino non sono presenti in forma numerica, ma è altrettanto vero che quei dati sono presenti in forma grafica nella Fig. 9 (divisi per 1000 abitanti). Insomma, se qualcuno avesse fornito a Zunino i numeri del “crollo” e il giornalista avesse voluto fare un controllo sul paper scientifico, pur senza trovarvi annunci catastrofici, avrebbe avuto conferma del crollo dalla Fig. 9 (senza nessun avvertimento circa la natura provvisoria di quei dati). È anche vero che Zunino, se avesse controllato con attenzione, avrebbe dovuto sentire puzza di bruciato perché tutte le nazioni calavano bruscamente dal 2008 al 2009. Quanto meno, il senso della notizia avrebbe dovuto essere diverso: non “Italia maglia nera” ma “crisi europea”.

      Ripeto comunque la domanda a Zunino: da dove ha preso i numeri del crollo che risalgono palesemente ad interrogazioni dei database effettuate più di un anno fa? Se è stata la Daraio a fornirli, perché l’ha fatto se, come dice nella sua lettera, è sempre stata consapevole che non erano dati affidabili?

  25. Joshua
    settembre 16, 2011 alle 1:16 pm

    Qualcuno ha scritto che i ricercatori percepiscono “stipendi da fame”: mi permetto di dissentire, anche in questo caso si tratta di effettuare un banale fact-checking. Uno stipendio da € 1700 al mese, come mi risulta che percepiscano i ricercatori della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della mia città, non è *assolutamente* uno stipendio da fame; ci sono laureati e addottorati che tirano la carretta facendo catalogazione per le cooperative a € 900 al mese…

  26. Antonello Cannas
    settembre 17, 2011 alle 9:33 pm

    Complimenti!
    Al di là del grave errore commesso nella pubblicazione, mi pare le regressioni del grafico (Fig. 9) evidenzino in maniera chiara che in termini di pubblicazioni per abitante siamo agli stessi livelli di Francia, Germania e Spagna (che hanno un quoziente di ricercatori per abitante molto più alto e molte più risorse) ed abbiamo recuperato in pochi anni un gap che sino agli anni 90 era molto forte. Per essere degli sfaccendati ce la caviamo piuttosto bene…

  27. ottobre 7, 2011 alle 1:53 am
    • Giuseppe De Nicolao
      ottobre 7, 2011 alle 1:28 pm

      Nel mio articolo su Scienza in Rete, avevo formulato un’ipotesi sulla genesi della bufala:

      http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/bufala-del-crollo-della-produzione-scientifica-italiana

      Corrado Zunino conferma la mia ipotesi sulla provenienza del numero errato chiarendone l’origine: una nota stampa dell’ufficio stampa dell’Ateneo bolognese.

      “un vicecaporedattore della Cronaca nazionale riceve dall’ufficio stampa dell’Università di Bologna – la più antica del mondo occidentale, campeggia sulla home page del sito – una mail che offre “in anteprima” a “Repubblica” un paper dal titolo interessante: “Ricerca: L’Italia arretra dopo trent’anni di crescita”. L’ufficio stampa dell’università spinge il lavoro, segnala l’esclusività della cosa (“è il primo giornalista cui mi rivolgo”)”.

      E poi:

      “La nota stampa ha in allegato due “file excel” che riportano le tabelle dello studio e lì dentro c’è il numero giornalisticamente più interessante (diventerà il più discusso): 40.670 articoli pubblicati nel 2009 contro i 52.496 del 2008, l’anno record. Il crollo delle pubblicazioni è palese, non c’è dubbio.”

      Infine:

      “Già dopo l’intervento sull’Unità, la ricercatrice Cinzia Daraio aveva scritto una lettera in cui, confermando la correttezza del lavoro, negava di aver usato la parola “crollo” e negava il meno 22,5 per cento “attribuito erroneamente al nostro studio”. In difficoltà per un lavoro ponderoso e corretto nelle sue linee generali, ma impreciso in un dettaglio non secondario, la Daraio era costretta a dire una bugia: il meno 22,5 per cento c’era eccome nel suo lavoro, era nella tabella excel allegata (e a noi girata).”

      A questo punto, è l’ateneo bolognese che deve dare una spiegazione di come e perché è stata confezionata la nota e come mai il suo ufficio stampa scrive a un vicecaporedattore della Cronaca nazionale e “spinge il lavoro” sottolineandone l’esclusività. Faccio fatica a comprendere, tanto più che Cinzia Daraio afferma:

      “Come sanno bene gli addetti ai lavori (e ovviamente fra questi i lettori della rivista Research Policy), in generale qualsiasi dato riferibile all’ultimo anno disponibile è soggetto a successive integrazioni, e dunque non viene mai preso in considerazione in termini assoluti.”
      http://www.dariobraga.it/web/uploads/risposta%20a%20Greco%20Unita_29%20Agosto%202011.pdf

      Chi ha confezionato la nota? Perché l’ufficio stampa dell’Università di Bologna ha spinto per la sua pubblicazione?

  28. Dario Braga
    ottobre 14, 2011 alle 3:58 pm

    Rispondo alle domande del Professor De Nicolao sulla vicenda che tanto appassiona il web. Ma prima di fare questo ringrazio Corrado Zunino per la paziente e accurata ricostruzione della vicenda che ha aiutato anche noi a ritrovare il bandolo della matassa. Ebbene sì. Un collaboratore a tempo determinato del nostro ufficio stampa ha inviato, in pieno agosto e senza averlo sottoposta ad alcun vaglio, un comunicato stampa con allegata una tabella di dati che richiedevano di essere interpretati e non utilizzati tal quale. Un errore quindi, non c’è dubbio, non una “bufala”, ma tale comunque da generare una serie di reazioni a catena. Ce ne scusiamo con quanti sono stati coinvolti, non ultima Cinzia Daraio il cui lavoro è stato posto all’indice. Rimane la constatazione tutta accademica e forse interessante del come un errore di comunicazione di una notizia altrimenti esatta possa generare, se riverberato dal web, uno tzunami nel “villaggio globale”. Dario Braga Prorettore alla Ricerca dell’Università di Bologna

  29. febbraio 23, 2015 alle 4:41 pm

    Gentile Prof. De Nicolao,
    anche se la cosa non è più attuale ho letto oggi il suo articolo e mi permetto alcune considerazioni.
    Innanzitutto un complimento a lei per cercare i fatti e non le opinioni.
    La mia esperienza in ricerca all’estero ed in Italia mi porta a concludere che le cose in Italia possano anche andare bene ma che in realtà vadano malissimo.
    I risultati conseguiti dai nostri ricercatori non modificano una situazione basata sul nepotismo e clientelismo. Non facile da misurare con Numeri ma evidente dalla personale esperienza. La conclusione è che la Nostra produzione scientifica possa considerarsi buona MALGRADO il sistema sia marcio.
    Riconosco tuttavia la oggettiva difficoltà a definire il marciume secondo parametri oggettivi.
    La ringrazio per il suo contributo,
    Mattia Bellinzona

    • Giuseppe De Nicolao
      febbraio 23, 2015 alle 7:40 pm

      “mi porta a concludere che le cose in Italia possano anche andare bene ma che in realtà vadano malissimo. I risultati conseguiti dai nostri ricercatori non modificano una situazione basata sul nepotismo e clientelismo. Non facile da misurare con Numeri ma evidente dalla personale esperienza.”
      ————————————-
      Certo, i numeri contano poco rispetto all’esperienza del singolo. Un vero approccio scientifico.

      • Mattia
        febbraio 23, 2015 alle 9:26 pm

        la ringrazio della replica cosį tempestiva. Non ho capito bene il senso, tuttavia. Ad majora, MB

  1. agosto 24, 2011 alle 6:53 pm
  2. febbraio 27, 2012 alle 5:15 pm
  3. ottobre 31, 2012 alle 4:45 pm
  4. novembre 1, 2012 alle 1:52 pm
  5. novembre 1, 2012 alle 1:54 pm

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