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Università: cosa dice l’OCSE dell’Italia?

Quanto spendiamo? Quanto per ogni studente? Troppi laureati? Conviene laurearsi? Una visita guidata attraverso i meandri delle statistiche OCSE. Per chi vuole conoscere lo stato dell’università italiana al di là dei luoghi comuni e della propaganda.

Vedi la sintesi PowerPoint su Slideshare oppure in fondo al post

Il 13 settembre 2011, è stato pubblicato il rapporto OCSE Education at a Glance 2011, una fitta raccolta di statistiche, aggiornate al 2008, che coprono tutto il settore dell’istruzione, dall’asilo fino all’università. Orientarsi in mezzo a tabelle e grafici non è facile. Inoltre, molti sono scettici sull’utilità dei dati statistici, dato che ognuno li tira dalla propria parte con il risultato di accrescere la confusione. Infatti, troppo spesso viene fatto un uso strumentale delle statistiche, cercando e mostrando solo quella che conferma i propri pregiudizi. Un altro modo per ribaltare il senso dei dati è estrapolare numeri o frasi, omettendo il contesto ed i confronti internazionali. Per fare un esempio, prendiamo il Comunicato stampa del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca:

Comunicato Stampa MIUR cs130911: I dati Ocse dimostrano inoltre che, tra il 2000 e il 2008, la spesa delle scuole per ogni studente è aumentata del 6%, mentre è aumentata dell’8% per ogni studente universitario.”

I numeri riportati dal comunicato stampa del MIUR sono esatti, ma se si va a leggere il testo originale dell’OCSE si vede che il comunicato stampa ha commesso una significativa omissione del contesto in cui si collocano questi dati:

Testo OCSE:

  • “In Italia, tra il 2000 e il 2008, la spesa sostenuta dagli istituti d’istruzione per studente nei cicli di livello primario, secondario e post-secondario non universitario è aumentata solo del 6% (rispetto alla media OCSE del 34%). Si tratta del secondo incremento più basso tra i 30 Paesi i cui dati sono disponibili (Tabella B1.5).
  • La spesa per studente universitario è aumentata di 8 punti percentuali, rispetto alla media OCSE di 14 punti percentuali (Tabella B1.5).”

Nota Paese – Italia, Allegato di OCSE Education at a Glance 2011

È da notare che il testo dell’OCSE appena citato non è nascosto in mezzo alle 497 pagine di Education at a Glance 2011, ma è in piena evidenza nella Nota Paese – Italia, uno degli allegati in cui vengono evidenziati fatti salienti ed allarmi che distinguono alcune nazioni dal resto dei paesi OCSE. Insomma, impossibile sperare che un lettore attento, per esempio un giornalista che sappia fare il suo mestiere, non se ne accorga. Comunque sia, cerchiamo di tenerci alla larga dagli usi puramente strumentali delle statistiche OCSE e vediamo piuttosto se possono aiutarci a capire meglio lo stato dell’università italiana.

1. La metafora dell’automobile

Di seguito, interrogheremo le statistiche OCSE per rispondere ad alcune semplici ma fondamentali domande. Per orientarci meglio, faremo ricorso alla metafora dell’automobile. Se chiacchieriamo con i nostri amici confrontando le prestazioni delle nostre autovetture viene naturale porsi le seguenti domande:

  • Quanta benzina ho consumato in un anno?
  • Quanti chilometri ho percorso?
  • Quanti litri di benzina mi occorrono per fare 100 Km?
Analisi input-output. L’efficienza è misurata dal rapporto tra l’output (risultati) e l’input (risorse).

Figura 1. Analisi input-output. L’efficienza è misurata dal rapporto tra l’output (risultati) e l’input (risorse).

Da notare che questa analisi è solo preliminare. Per poter affermare che la mia auto consuma meno delle altre dovrei anche tener conto del contesto, ovvero del tipo di percorso. A parità di di chilometri percorsi, chi viaggia su percorsi extraurbani consuma meno di chi si muove in città.

Lo stesso approccio input-output può essere applicato al sistema della formazione universitaria. In tal caso, l’input, ovvero la benzina messa nel motore, è la spesa dedicata per l’università. L’output, ovvero i chilometri percorsi, è dato dal numero dei laureati. Infine, l’efficienza sarà misurata dalla spesa per singolo studente. Anche in questo caso, è bene essere consapevoli delle semplificazioni che sono state introdotte. Per esempio, prima di confrontare l’efficienza sarebbe bene tener conto del contesto (strade urbane/extraurbane): è sicuramente diverso diplomare laureati in un contesto socio economico prospero, con una tradizione culturale e scientifica consolidata, rispetto a contesti attraversati da crisi economiche o che scontano ritardi storici. Un’altra approssimazione è ridurre l’output dell’università alla sola formazione, mentre andrebbe considerata anche la ricerca e la cosiddetta terza missione. Pur con questi limiti, la metafora dell’automobile ci fornisce una traccia per interrogare le statistiche OCSE e ci aiuterà a comprendere lo stato dell’università italiana.

2. Spendiamo troppo per l’università?

In Fig. 2 è riprodotta la Chart B2.2 di Education at a Glance 2011 (pag. 227) la quale riporta la spesa per l’università, espressa come percentuale del PIL. L’Italia si trova ad essere 31-esima su 34 nazioni considerate con una spesa pari al 65% della media OCSE. Peggio di noi solo Repubblica Slovacca, Ungheria e Brasile. Per 28 nazioni del grafico, la spesa è disaggregata in tre componenti: istruzione in senso stretto, interventi di sostegno agli studenti (trasporti, vitto, alloggi) e ricerca e sviluppo. Se si considerano le spese di istruzione in senso stretto, l’Italia è 26-esima su 28 nazioni (Table B6.1, pag 276).

Spesa per l’università in 34 nazioni, espressa come percentuale del PIL. L’Italia è 31-esima con una spesa pari al 65% della media OCSE

Figura 2. Spesa per l’università in 34 nazioni, espressa come percentuale del PIL. L’Italia è 31-esima con una spesa pari al 65% della media OCSE. Tratto da: OCSE Education at a Glance 2011, pag. 227.

La spesa in percentuale sul PIL è rappresentativa della quota di ricchezza che una nazione investe nell’università. In qualche modo, ci dice in quale misura quella nazione scommette sulla formazione universitaria come motore di progresso civile ed economico.

Se torniamo alla metafora dell’automobile, abbiamo appena capito che mettiamo poca benzina nel motore. Tuttavia, per valutare l’efficienza del motore dobbiamo sapere quanti chilometri percorriamo.

3. Troppi laureati?

Nella Fig. 3, è riprodotta la Chart A1.1, che riportata la percentuale di laureati nelle fasce di età 25-34 anni e 55-64 anni. L’Italia si colloca in fondo alla graduatoria, in posizione 34 su 36 nazioni considerate. Nella fascia di età 55-64 anni, ovvero coloro che hanno frequentato l’università tra la metà degli anni ’60 ed i primi anni ’80, la percentuale di laureati è circa pari al 10% (media OCSE: 22%), mentre nella fascia 25-34, che ha frequentato dalla metà degli anni ’90, la percentuale di laureati è circa pari al 20% (media OCSE: 37%).

Figura 3.Percentuale di laureati nella fascia di età 25-34 anni ed in quella 55-64 anni in 36 nazioni. L’Italia è terzultima in entrambe le fasce. Tratto da: OCSE Education a a Glance 2011, pag. 30.

Figura 3. Percentuale di laureati nella fascia di età 25-34 anni ed in quella 55-64 anni in 36 nazioni. L’Italia è terzultima in entrambe le fasce. Tratto da: OCSE Education a a Glance 2011, pag. 30. Per i dati relativi alle altre fasce di età: Tabella A1.3a, pag. 40.

In Italia, il fenomeno dell’università “di massa” ha sì fatto crescere il numero di laureati, ma senza riuscire a colmare il divario con le altre nazioni. Eravamo e rimaniamo un paese con un ritardo in quanto a diffusione dell’istruzione universitaria. Nella Nota Paese dedicata all’Italia, tale ritardo è motivo di allarme:

“L’Italia detiene uno dei più bassi tassi di conseguimento di diplomi d’istruzione terziaria tra i Paesi OCSE: in Italia, il 20,2% dei giovani tra i 25 e i 34 anni raggiunge tale livello d’istruzione, rispetto alla media OCSE del 37,1% relativa alla stessa fascia d’età (posizionandosi al 34 posto su 37 Paesi) (Tabella A1.3a).”

Nota Paese – Italia, Allegato di OCSE Education at a Glance 2011

Alla luce di questi dati, le politiche volte a contenere l’offerta formativa e limitare l’accesso dei giovani all’università non trovano giustificazione in un presunto eccesso di laureati rispetto alla media OCSE. Se fossimo comunque convinti che percentuali così basse siano più che sufficienti per le esigenze dell’Italia, faremmo bene a domandarci quale futuro stiamo progettando per il paese.

Tornando alla metafora dell’automobile, i dati OCSE ci mostrano che, in confronto alle altre nazioni, percorriamo pochi chilometri. Dato che mettiamo poca benzina, potremmo trovarci nella situazione di chi spende poco e male. Per chiarire questo dubbio, è necessario scoprire quanti litri di benzina consumiamo per percorrere 100 Km, ovvero confrontare la spesa per singolo studente.

4. Quanto spendiamo per ogni studente?

Nella Figura 4, che riproduce la Chart B1.4, esaminiamo la spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi universitari (“cumulative expenditure per student by educational institutions over the average duration of tertiary studies”). L’Italia è 16-esima su 25 nazioni, con una spesa pari a 43.194 USD, ben inferiore alla media OCSE che è 57.775 USD (dollari US a parità di potere d’acquisto).

Figura 4. Spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi universitari in 25 nazioni. La spesa italiana è tutt’altro che eccessiva: infatti, è sedicesima ed inferiore alla media OCSE. Tratto da: OCSE Education a a Glance 2011, pag. 212 [http://www.oecd.org/dataoecd/61/18/48630868.pdf]. L’uso della spesa cumulativa evita le distorsioni (ammesse dall’OCSE e corrette da Roberto Perotti solo per il dato italiano), dovute ai fuori corso e alla diversa durata degli studi, che rendono meno affidabile la classifica delle spese annuali per studente riportata nella Chart B1.2, pag. 209.

Figura 4. Spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi universitari in 25 nazioni. La spesa italiana è tutt’altro che eccessiva: infatti, è sedicesima ed inferiore alla media OCSE. Tratto da: OCSE Education a a Glance 2011, pag. 212. L’uso della spesa cumulativa evita le distorsioni (ammesse dall’OCSE e corrette da Roberto Perotti solo per il dato italiano), dovute ai fuori corso e alla diversa durata degli studi, che rendono meno affidabile la classifica delle spese annuali per studente riportata nella Chart B1.2, pag. 209.

Dato che la spesa universitaria pro-capite italiana è stata oggetto di accese controversie, è opportuno discutere brevemente questo dato. Infatti, è ancora viva la polemica originata da Roberto Perotti (L’università truccata, Einaudi 2008). Nel suo libro, avendo contestato la validità dei dati OCSE di spesa annuale per studente universitario, Perotti  applica una correzione al solo dato italiano, che porta la spesa italiana per studente al quarto posto della statistica OCSE “riveduta”. In questa sede, abbiamo preferito considerare la spesa cumulativa perché essa è più indicativa del costo necessario per l’istruzione del singolo studente universitario, dato che il numero degli anni trascorsi all’università può variare da nazione a nazione. In particolare può cambiare la percentuale degli studenti che si fermano alla laurea triennale rispetto a quelli che portano a termine un percorso quinquennale. Lo stesso rapporto OCSE mette in guardia dal fare eccessivo affidamento sulle statistiche relative alla spesa annuale per studente:

“Given that the duration and intensity of tertiary education vary from country to country, differences in annual  expenditure on educational services per student (Chart B1.2) do not necessarily reflect differences in the total  cost of educating the typical tertiary student. For example, if the typical duration of tertiary studies is long, comparatively low annual expenditure per student by educational institutions can result in comparatively high  overall costs for tertiary education. Chart B1.4 shows the average expenditure per student throughout the course of tertiary studies. The figures account for all students for whom expenditure is incurred, including those who do not finish their studies. Although the calculations are based on a number of simplified assumptions, and therefore should be treated with caution (see Annex 3 at www.oecd.org/edu/eag2011), there are some notable differences between annual and aggregate expenditure in the ranking of countries.”

OCSE Education a at a Glance 2011, pag. 211

In particolare, gli studenti fuori corso e inattivi gravano di meno sulle strutture universitarie ma gonfiano il numero totale degli studenti, abbassando in modo fittizio il costo annuale per studente delle nazioni con molti studenti “ritardatari”. Al contrario, la spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi rimane la stessa a prescindere dalla velocità nella progressione degli studi  ed ha quindi il pregio di non richiedere correzioni per il fenomeno degli studenti fuori corso e inattivi. A tale indicatore di spesa cumulativa non si applicano pertanto gli argomenti addotti da Perotti per giustificare l’aggiustamento, da lui operato relativamente al solo dato italiano, della spesa annuale per studente.

Tornando alla metafora dell’automobile, possiamo concludere che i consumi per chilometro dell’università italiana sono assai contenuti e nettamente inferiori alla media OCSE (meno del 75%). Difficile pensare che siano possibili grandi incrementi di efficienza in modo da riuscire a percorrere gli stessi chilometri con meno litri di benzina. Per risparmiare, si può sempre tenere l’auto nel garage, ma in tal caso non si va da nessuna parte.

5. Conviene laurearsi?

Rimane da capire quale sia il valore della formazione offerta dall’università italiana. Si tratta di un argomento  che meriterebbe di essere approfondito sotto diversi aspetti, economici e non, ma in questa sede ci limiteremo ad esaminare quanto è desumibile da Education at a Glance 2011. Il rapporto OCSE dedica diversi capitoli alla valutazione degli effetti dell’istruzione, esaminando i seguenti punti:

  • probabilità di disoccupazione (Indicator A7 );
  • maggiori guadagni individuali (Indicator A8);
  • ritorni economici individuali e collettivi (Indicator A9);
  • impegno civile, partecipazione al voto, volontariato e soddisfazione individuale (Indicator A11).

Senza voler sottovalutare quest’ultimo indicatore, per ragioni di spazio ci limiteremo agli indicatori economici A7-A9. In particolare, L’OCSE fornisce una valutazione dei maggiori guadagni conseguiti da chi possiede un titolo di studio universitario rispetto a chi possiede un titolo di istruzione  secondaria. I risultati sono riassunti nella Fig. 5 che riproduce la Chart A8.1  (pag. 138). Si vede che in tutte le nazioni considerate, un titolo di studio universitario è associato ad un incremento del guadagno che va dal 18% (Nuova Zelanda) al 156% (Brasile) (Table A8.2a, pag. 158-159). Per l’Italia, l’incremento di guadagno è pari al 50% rispetto ad una media OCSE del 57%.

Figura 5. Guadagno relativo per chi possiede un titolo universitario rispetto ai possessori di titoli di istruzione secondaria o inferiore. Per l’Italia, lincremento di guadagno è pari al 50% contro una media OCSE del 57%. Tratto da: OCSE Education a a Glance 2011, pag. 138.

Figura 5. Guadagno relativo per chi possiede un titolo universitario rispetto ai possessori di titoli di istruzione secondaria o inferiore. Per l’Italia, lincremento di guadagno è pari al 50% contro una media OCSE del 57%. Tratto da: OCSE Education a a Glance 2011, pag. 138.

Per quanto inferiore alla media OCSE, il dato mostra che i laureati italiani godono di un sensibile vantaggio economico in termini di reddito. Nella Nota Paese relativa all’Italia, l’OCSE fornisce una sintesi della condizione dei laureati italiani:

  • “Nel corso della loro vita, gli uomini italiani con titolo d’istruzione terziaria possono guadagnare oltre 300.000 dollari americani in più rispetto agli uomini con livello d’istruzione inferiore. Mediamente nei Paesi OCSE tale somma si attesta a 175.000 dollari americani (Tabella A9.3 …).
  • Tuttavia, in Italia, solo il 79% degli adulti con istruzione terziaria ha un impiego, mentre la media OCSE è dell’84% (e la Turchia, con il 74%, registra la percentuale più bassa tra i Paesi OCSE). Il tasso di occupazione per chi possiede titoli d’istruzione terziaria supera di oltre 28 punti percentuali quello di chi non ha completato un ciclo d’istruzione secondaria superiore. La differenza media nei Paesi OCSE è di 27 punti percentuali (Tabella A7.3a).
  • ….
  • In Brasile e in Italia, le donne con titolo d’istruzione terziaria guadagnano il 65%, o ancora meno, di quanto guadagnano gli uomini con pari grado d’istruzione (la media OCSE è del 72%) (Tabella A8.3a).”

Nota Paese – Italia, Allegato di OCSE Education at a Glance 2011

Per completezza, in Italia il 73% di chi ha completato un ciclo di istruzione secondaria ha un impiego (media OCSE: 74%) contro il 51% di chi non ha completato un ciclo di istruzione secondaria (media OCSE: 56%), Tabella A7.3a. Questi dati mostrano che, in termini statistici, la laurea si associa a vantaggi economici tangibili. I laureati, non solo guadagnano di più (per quanto permanga una pesante discriminazione economica nei confronti delle donne), ma sono anche meno colpiti dalla disoccupazione.

Infine, tra i ritorni pubblici vanno annoverate le maggiori entrate sotto forma di tasse e contributi sociali. Un laureato italiano comporta un beneficio pubblico netto superiore a 82,000 USD raffrontato ad una media OCSE pari a 91,000 USD (Table A9.4, pag 175).

6. Conclusioni

Tirando le somme, possiamo dire che:

  • In termini statistici, i laureati italiani hanno minor probabilità di essere disoccupati e migliori prospettive di guadagno.
  • L’università italiana produce un numero di laureati ancora insufficiente a colmare la carenza di formazione universitaria rispetto ai paesi OCSE (se consideriamo i laureati nella fascia 25-34 anni, siamo 34-esimi con un ritardo di 17 punti percentuali rispetto alla media OCSE ).
  • La causa, tuttavia, non è da ricercarsi nell’inefficienza del sistema: infatti, la spesa cumulativa per studente nel corso degli studi è nettamente sotto la media, essendo inferiore al 75% della spesa media OCSE.
  • Alla luce dei due punti precedenti, nessuna meraviglia che, quando esaminiamo la spesa rapportata al PIL, l’Italia finisca in fondo alla classifica (31-esima con una spesa pari al 65% della media OCSE).

I dati del 2008 ci mostrano un’automobile, con costi per chilometro assai contenuti, la quale veniva fatta viaggiare con il serbatoio quasi vuoto, macinando meno chilometri di quanto sarebbe stato necessario per il progresso del paese. Far credere che le statistiche OCSE, opportunamente “rivedute”, indicassero costi per studente tra i più alti dell’OCSE ha contribuito a giustificare i massicci tagli imposti dai ministri Tremonti e Gelmini, che vanno in direzione opposta rispetto agli investimenti che sarebbero stati necessari alla luce delle statistiche internazionali.

 

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  1. mario
    settembre 28, 2011 alle 4:47 pm

    Ma se la macchina (universita’) non parte, inutile metterci altra benzina (soldi)!

    Leggetevi il libro “L’universita’ truccata” di Roberto Perotti!

    • Giuseppe De Nicolao
      settembre 28, 2011 alle 5:02 pm

      Le argomentazioni del libro di Perotti sono tutt’altro che ineccepibili. Un esempio è discusso nel mio articolo quando spiego che Perotti “corregge” il solo dato italiano al fine di mostrare che la spesa annua per studente non è bassa. Perotti giustifica questa operazione con la necessità di tenere conto di studenti inattivi e fuori corso. In realtà, come spiego nel mio articolo, la stessa OCSE era consapevole delle distorsioni introdotte dalla diversa durata dei corsi di studio, per ovviare alle quali si usa la spesa cumulativa lungo la durata media dei corsi di studio. Come mostrato nel grafico in Fig. 4, per l’Italia, tale spesa è decisamente sotto la meda OCSE. Una piccola dimostrazione che il contenuto del libro di Perotti merita un esame critico. In particolare, ciò vale anche per le considerazioni fatte da Perotti sulle misure bibliometriche della produttività scientifica italiana. A tempo debito, cercherò di affrontare anche questi argomenti.

  2. Andrea
    novembre 27, 2012 alle 10:01 am

    E’ pieno di fuori corso, ricordo che con la laurea tradizionale, ai miei tempi, il tempo medio per conseguire la laurea era sette anni e mezzo, non ho idea quanti siano ora per i vari corsi di laurea. Se i dati sono simili, il laureato italiano costa inutilmente di piú.

    • Giuseppe De Nicolao
      dicembre 3, 2012 alle 3:57 am

      Nell’articolo è spiegato che il raffronto tra i costi cumulativi per singolo studente non è influenzato dalla durata dei corsi di studio e dal fenomeno dei fuori corso. Pertanto, l’argomento dei fuori corso (che tra l’altro sono presenti anche nelle altre nazioni in misura tutt’altro che irrilevante: http://www.roars.it/online/profumo-italia-unico-paese-con-i-fuoricorso-ma-e-vero/) non è in grado di modificare il dato di fatto che il costo medio italiano è decisamente inferiore alla media OCSE.

  1. settembre 30, 2012 alle 4:17 pm
  2. dicembre 3, 2012 alle 1:18 am

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